Oggi parlo di una vicenda che mi sta molto a cuore, ovvero di una delle forme di sfruttamento della disperazione più incredibile, ma non per questo illegale nel Bel Paese: il lavoro accessorio, ovvero la retribuzione di un lavoro tramite voucher Inps.

Il voucher in realtà nasce come un tentativo di mettere in regola i lavoratori occasionali: baby-sitter, studenti che danno ripetizioni, distributori di volantini… insomma qualcosa di onorevole per chi lotta contro il cosiddetto lavoro nero.

Si tratta sostanzialmente di buoni che il datore di lavoro acquista tramite il sito inps o tramite una tabaccheria autorizzata del valore di 10 euro, di cui 7,5 andranno al lavoratore e 2,5 ripartiti tra Inps e INAIL.

Il lavoratore può percepire dallo stesso datore di lavoro fino a circa 2.000 euro netti l’anno, e può ricevere tramite voucher fino a un massimo di 7.000 euro netti l’anno in totale. Il pagamento avviene tramite bonifico domiciliato o attivando la Postpay dell’Inps, direttamente sulla stessa. Il voucher è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione, ma non da diritto a disoccupazione, maternità, malattia e assegni familiari.

Fin qui non sembrerebbe esserci di sbagliato, se non fosse che i buoni propositi ora sono stati scavalcati e il lavoro accessorio è diventato fin troppo comune.

Infatti quello che dovrebbe essere un lavoro occasionale non lo è più, può  venire svolto a tempo pieno o part-time quotidianamente da un lavoratore che poi verrà sostituito da un altro non appena avrà esaurito il numero massimo di ore che ha la possibilità di fare per arrivare a 2000 euro (circa 266 ore).

Il vero problema però è che il lavoratore non ha un contratto, il datore di lavoro comunica semplicemente all’Inps che “tizio” sta lavorando per lui e una volta al mese comunica il numero di ore da retribuire: nessun controllo sulle ore effettivamente svolte, nessun diritto a essere retribuiti in caso di malattia, non esistono gli straordinari, nessun orario fisso garantito nell’arco della giornata, in buona sostanza nessun diritto base del lavoratore. Se il lavoratore dovesse avere un qualsivoglia problema e avesse bisogno di un permesso nessuno gli darebbe la garanzia che il giorno dopo no sarà lasciato a casa. Se il lavoratore non fosse abbastanza sveglio e commettesse errori visto il poco tempo a disposizione perché una formazione possa considerarsi adeguata, gli potrebbe essere semplicemente chiesto di non tornare il giorno successivo e sarebbe sostituito in pochissimo tempo dal prossimo disperato.

Per non parlare delle numerose segnalazioni di persone a cui viene chiesto di lavorare in parte a voucher e in parte in nero. In un clima di disperazione generale causato dalla mancanza di lavoro, si accetta tutto quello che viene e alcuni datori di lavoro lo sanno meglio di altri e non si fanno di certo scrupoli.

Quindi ecco che in Italia una buona occasione di regolarizzare il lavoro nero, si trasforma in una pessima situazione di sfruttamento che a volte il lavoro nero lo integra nel pacchetto.

Ho lavorato anche io tramite voucher per un’azienda e sono stata molto fortunata in un certo senso, ovvero non ho ricevuto nessuna proposta di lavorare in nero e il pagamento alla fine è stato totale. Alla fine, perché il primo mese sono stata per meno ore di quante ne avessi effettivamente lavorate, ma hanno rimediato con l’ultimo bonifico.

Il lavoro di per se era un normalissimo lavoro d’ufficio, per cui avrebbero potuto assumere part-time una persona, magari a tempo determinato se non erano sicuri della continuità del lavoro.  In teoria il mio orario di lavoro iniziava alle 9.00 e terminava alle 18.00 con un ora di pausa pranzo, ma mi capitava di dover tornare a casa prima per assenza di lavoro (a volte dopo sole tre ore). Altra pecca è che avendo poco tempo per imparare il lavoro e dovendo dipendere praticamente sempre da qualcun altro, se quel qualcun altro era impegnato, mi ritrovavo a non poter fare niente per ore, in cui l’azienda perdeva soldi in quanto mi pagavano in quelle ore senza impiegare le mie capacità e io perdevo tempo, che avrei potuto impiegare studiando, senza contare che quando non puoi fare niente, il tempo tende a scorrere particolarmente lento.

Non avevo possibilità di organizzare la mia giornata, perché non sapevo quando sarei tornata a casa, ma ciò che mi rimaneva più sullo stomaco è che nonostante mi impegnassi anche più del necessario, fossi veloce e sveglia, nessuno avrebbe valutato il mio valore aggiunto, in quanto sarei comunque stata sostituita appena avessi raggiunto il mio monte ore.

In conclusione chi lavora tramite voucher, non ha nessuna garanzia, in termini di guadagno, di continuità del lavoro, di diritto alle prestazioni a sostegno del reddito, ottiene però sicuramente un discreto livello di stress, in quanto considerato un pezzo di un ingranaggio facilmente sostituibile e non come un lavoratore abile  e peggio, non come una persona con delle necessità  e dei diritti oltre che dei doveri.


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