E’ un po’ di tempo che quando mi chiedono “Come stai?”, una parte delle volte rispondo “tutto ok” se è qualcuno che ha già troppi casini per pensare ralmente a come sto io, un’altra buona parte delle volte, eludo la domanda parlando d’altro, ma le volte che sono esausta e che sono sicura che la mia risposta non farà danno rispondo “Non lo so”.
Non è che effettivamente non lo sappia, ma dubito che l’altra persona si voglia sentire scaricare addosso la valanga di pensieri, confusioni e paure che mi ritrovo ad affrontare.
Senza contare che dovrei tutte le volte tirare in ballo l’anedonia, quella forma di difesa che il cervello mette in atto per proteggere l’integrità psicofisica di una persona, quando questa “sente troppo”, dove per troppo si intede sia a quantità che l’intensintà di emozioni e sensazioni, per lo più negative, che si addensano in una persona sensibile e depressa. Può essere sia una bella che una brutta cosa. E’ bello prendersi una pausa da tutte quelle sensazioni così intense, che per quanto mi riguarda mi accompagnano sin dalla più tenera età. E’ un brutta cosa perchè in qualche modo non ti senti più tu e perchè in qualche modo quelle sensazioni, per quanto ovattate, non è che siano sparite.
E’ come andare tutte le mattine al bar e ordinare un cappuccino bollente e continuare a ricevere un latte macchiato tiepido: è buono lo stesso, non cori il rischio di scottarti la lingua, ma non provi quel brivido che vorresti mentre accosti lentamente la tazza alle labbra, non hai il piacere di affondare il cucchiaino nella schiuma e portarla alla bocca, non hai quella breve esperienza in sorseggi la tua bevanda calda lentamente per non ustionarti, assaporandone ogni singolo sorso. Butti giù il tuo latte macchiato tiepido, senti l’aroma del caffè che si fonde con la docezza del latte, ma non è la stessa cosa e tu lo sai.
Purtroppo è quello che sta accandendo in vari ambiti dellla mia vita, io chiedo il cappuccino, mi sforzo di avere un cappuccino, lo chiedo, lo spiego, son disposta a pagarlo di più, ma mi arriva il solito latte macchiato.
Mi ritrovo la mattina nel letto, con la stessa paura di accendere il cellulare che avevo prima, di scoprire che a nessuno è importato di sapere come sto. Mi rigiro aspettando che qualcosa succeda, ma quando mi decido ad accendere il cellulare sono già così preparata alla delusione, che la sento in me da qualche parte, che vorrei che le lacrime scendessero a dirotto per sfogare la mia frustrazione, ma non lo fanno e così mi alzo, sperando di capire perchè nonostante gli sforzi non sia cambiato niente, ma neanche lì trovo soddisfazione.
Faccio finta che tutto vada bene e la maggior parte delle persone non si accorge di nulla.
Quando le lacrime scendono, lo fanno silenziose quasi a non voler disturbare, a non voler dare spiegazioni. Perchè c’è una complessità immensa dietro quel pianto silenzioso. Ci sono le delusioni, le paure, le speranze, la rabbia, la passione, che si mescolano e lottano per uscire e non escono, così quando mi chiedono “Come stai?” l’unica risposta sincera che mi viene da dare è: “Non lo so”.


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