Da mercoledì scorso, giorno che ho passato interamente in ospedale con il sospetto che un farmaco mi stesse avvelenando, sembra essere passata un’eternità.
La corsa in pronto soccorso per fare gli accertamenti, le lunghe attese, poi verso sera il verdetto che mi informava che fortunatamente l’avvelenamento fosse un errore di laboratorio. Il sollievo di non dover essere ricoverata, la conferma che il mio malessere derivava da un peggioramento dell’anemia e del funzionamento della tiroide, gli aggiustamenti del medico curante dei miei integratori.
Se fosse andata diversamente ieri, a esattamente due anni dalla mia laurea in Scienze Psicologiche, non avrei potuto partecipare a un evento che mi sta molto a cuore.
Ieri infatti sono stata chiamata a discutere della violenza di genere nel linguaggio, ad un evento organizzato da Anpi e Non Una Di Meno Empoli, di cui faccio orgogliosamente parte e in virtù del fatto che la mia tesi di laurea avesse come argomento proprio il femminicidio e la violenza di genere.
Non parlavo davanti a un pubblico dalla discussione della tesi e credo, a parte in quell’occasione, di non averlo mai fatto prima. A parte la bocca che mi si seccava ogni due per tre, l’ansia di potermi impappinare e il vento che minacciava di portare via il mio preziosissimo bicchiere d’acqua, credo, o, per meglio dire, spero di essermela relativamente cavata grazie anche al supporto delle due ragazze che con me si sono esposte e al supporto di chi è venuto a vederci.
Sono stata felice di poter spiegare perché una narrazione sbagliata esprima un concetto sbagliato, poi difficile da sradicare nella maggior parte dei casi, di come si imprima nelle persone che cercano una scappatoia per allontanarsi da un problema gravoso.
Se si parla di “amore malato” quando si parla di femminicidio o violenza di genere più in generale, si parte dal presupposto sbagliato che anche quella sia una forma d’amore, con malato invece si vuole deresponsabilizzare l’autore del crimine.
Quando si parla di disperazione di un padre separato, si stanno in qualche modo giustificando in suoi gesti, colpevolizzando spesso e volentieri la vittima. Senza contare che, a parte queste insinuazioni, le vittima sembra scomparire dalla narrazione.
Facendo del victim-blaming, ovvero schernendo la vittima, minimizzando ciò che le è successo o facendole il terzo grado per il suo comportamento, non si sta facendo altro che colpevolizzare la vittima, deresponsabilizzando il vero colpevole.
La vittima infatti in queste narrazioni, sembra essere citata solo per evidenziarne le eventuali pecche, le quali però non sarebbero considerate tali se questa fosse un’uomo. Pensiamo a quante volte si sottolinea che una vittima di stupro fosse ubriaca, vestita in modo provocante; in realtà una narrazione del genere sta insinuando che la persona stuprata se la sia andata a cercare. Pensiamo a quante volte si sente parlare di separazioni che finiscono in tragedia, focalizzandosi sulla separazione e non sulla vittima, spesso una donna che dice basta dopo un’escalation di violenze fisiche e psicologiche e che viene trattata come un’oggetto da distruggere, come qualcosa che ha turbato la quiete di una famiglia fino ad allora felice, che quindi deve essere eliminato, fisicamente dal suo carnefice e poi nella narrazione di chi ne scrive.
Pensiamo a quante volte si usa impropriamente la definizione “mostro” o “malato” per descrivere chi uccide la persona che dice di amare, mostro perché non vogliamo accettare che questa persona faccia parte della nostra comunità, che sia cresciuto nella nostra stessa cultura (e sempre per questo, quando il carnefice si rivela uno straniero, viene sottolineato), malato perché non accettiamo che il carnefice possa essere una persona capace di intendere e di volere come noi, che sia consapevole di cosa ha fatto.
Ci sono ancora molte persone che invece non accettano che esista una parola come femminicidio, perché pensano sia discriminatoria nei confronti delle persone di sesso maschile, non capendo che il femminicidio non serve a descrivere l’omicidio di una donna, ma un fenomeno che ha origine nella cultura del patriarcato, la parola femminicidio non viene usata per descrivere chi viene ucciso, ma perché viene ucciso: descrive una donna che viene uccisa in quanto tale, una donna che non si è adeguata alle aspettative che la società e l’uomo che l’ha uccisa hanno tentato di imporle.
Potrei fare mille altri esempi di come la narrazione di una fatto possa diventare tossica, ma spero di poterli fare di nuovo dal vivo, in modo da poterne discutere e potermi confrontare nuovamente con altre persone.
Per concludere ci tengo a farvi partecipi di questo pensiero: smettiamo di educare le nostre figlie ad avere paura, educhiamo invece i nostri figli al rispetto delle persone.


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