Questa immagine circola liberamente per i social, nonostante venga segnalata, nonostante il messaggio che porta sia terrificante.
Ci troviamo sempre più spesso davanti a padri, mariti, fidanzati, spasimanti, amici etc. che giustificano la loro violenza sulle donne con il fatto di essere stati feriti dalle stesse.
In una società ideale questi signori saprebbero che nessuno è disposto a tollerare tale giustificazione, eppure la società in questi casi si divide, pare che ci siano persone che riescano a empatizzare più con la persona violenta che non con la persona abusata.
E’ di oggi la notizia che un’altro padre abbia ucciso suo figlio, per poi suicidarsi, non prima di avere scritto un delirante messaggio sui social diretto alla ex compagna.
Un messaggio in cui l’accusa di non avere capito la sua depressione, di non essergli rimasta accanto, in cui le dice che ora potrà condurre la vita solitaria che voleva. Peccato che la “vita solitaria” l’abbia scelta lui per lei. Peccato che abbia scelto anche per suo figlio, reso un oggetto da portare con sé, uno strumento per rovinare l’esistenza della donna.
Drammatico è che quest’uomo, che non si è accontentato di decidere solo della sua vita, abbia ricevuto solidarietà sui social.
Potrò sembrare insensibile, ma ho le mie ragioni per credere che non la meriti: la solidarietà dovrebbe essere espressa al bambino e alla madre.
Anche io sono depressa come lui, ma non mi sogno minimamente di rovinare la vita di qualcuno, neanche di quelli che mi hanno fatto male.
Ma perché molti non riescono a dare la giusta responsabilità a chi in effetti ce l’ha? La risposta non è facile. Sicuramente parte del problema è che viene difficile pensare che un genitore faccia del male a suo figlio consapevolmente e per mera vendetta. Ciò ci costringerebbe a guardarci dentro, ad ammettere che tutti potremmo tirare fuori il mostro che c’è in noi, davanti a una società che giudica inappropriato ammettere che quelle sensazioni fortemente negative e distruttive esistano. C’è poi un motivo ancora più subdolo, dare la colpa alla vittima, soprattutto se questa è stata per secoli trattata come un capro espiatorio, è più facile, più accettabile. Le donne sono state per secoli sottomesse, private del potere, che gli veniva attribuito solo quando c’era bisogno di punirle. Pensiamo alla persecuzione delle presunte streghe: la strega aveva potere, quel potere le veniva dato dal maligno, guarda caso maschio, e accusata di utilizzarlo per fare del male. Così gli uomini che stupravano una serva, che volevano liberarsi di una moglie, che volevano sbarazzarsi delle loro responsabilità paterne, additavano le donne come streghe e queste venivano uccise. Donne colpevoli di essere affascinanti, intelligenti, o semplicemente indifese.
Anche oggi le donne vengono colpevolizzate perché ci si rifiuta di attribuire la responsabilità all’uomo.
Sei l’amante? Colpa tua che hai sedotto un uomo impegnato, rovina-famiglie.
Vieni violentata? Eri vestita in modo indecente.
Ti picchia? Sicuramente hai fatto qualcosa di sbagliato.
Ti uccidono tuo figlio per vendetta? Hai abbandonato il tuo uomo che aveva bisogno di te.
Vieni ferita? Non sei obbligata a stare con lui, glielo hai permesso.
Vieni uccisa? Dovevi adattarti alle sue aspettative.
Questa è la deresponsabilizzazione, che messa in evidenza così sembra quasi assurdo esista, invece è una delle forme di occultamento della violenza più utilizzata dalla società.


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