Ciao Zia,
sono passati tre anni da quando ci hai lasciati e da allora nulla è stato più lo stesso, credo tu lo sappia già.
Mi piacerebbe dirti che sono felice, che l’ho superata e che il peso al petto se n’è andato, ma non è così.
Il mese scorso è morto Jim, il mio micio e bimbo adorato: credo di aver fatto di tutto per far sì che potesse vivere il più a lungo e più degnamente possibile. Sono arrivata a fargli amputare un arto, per evitare che morisse di setticemia, purtroppo non è bastato. Vi immagino insieme e questo mi da un po’ di sollievo, sono certa che lo amavi, sono felice che possa avere trovato un volto a lui familiare.
Avrei talmente tante cose da dirti, molte in realtà te le dico quotidianamente, soprattutto la domenica quando ti sento così vicina sulla panca della chiesa. A volte immagino che mi abbracci, che mi metti un braccio intorno alle spalle per farmi coraggio. Quante volte sono rifuggita ai tuoi abbracci, zia? Non credevo manco di saperlo fare, di saper abbracciare intendo. Mi sentivo in imbarazzo per non so quale motivo. Ora mi mancano, perché sono stupida come tutti gli esseri umani, che si accorgono di quanto erano belle le cose solo quando le perdono. Ti chiedo perdono e non solo di questo.
Mi ricordo che per il tuoi 50 anni si arrabbiò tutta la famiglia, loro volevano festeggiarti in grande, tu volevi partire con la tua amica per andare a trovare un altro amico. Non ho mai avuto il coraggio di mettermi tutti contro, ma tu lo sai, io ero con te. Mia madre era preoccupata che ti potesse succedere qualcosa, io invece ero orgogliosa, sai? Ero orgogliosa che tu non ne avessi, che avessi deciso per te, che avessi fatto finalmente una scelta per la tua felicità.
E non appena hai potuto, vedendo quanto lavorassi duramente per aiutare i miei e non riuscissi a dare esami all’università, sei accorsa in mio aiuto e mi hai permesso di non lavorare per almeno un anno e mezzo. Hai aiutato i miei genitori e hai aiutato me a raggiungere il mio traguardo. Grazie a te sono riuscita a dare l’equivalente di un anno e mezzo di esami in tre mesi. Nel mentre ti eri ammalata, ma io ero fiduciosa e facevo di tutto per renderti orgogliosa.
Quando il tumore è tornato, non ne ho voluto vedere la gravità, eri così forte ai miei occhi e io ero sicura che lo avresti sconfitto di nuovo.
Avevo la possibilità di laurearmi in marzo o in luglio, dipendeva da quanti esami fossi riuscita a dare entro gennaio, ma forse ebbi paura di non farcela, forse ero stanca. Capito? Ero stanca! Io! Tu combattevi contro un tumore e io ero stanca! Così decisi di laurearmi a luglio, scioccamente, pensando che tu i saresti stata. E forse mi sentirei meglio se non avessi dato di matto al’ultimo esame, terrorizzata all’idea di non farcela. Intervenisti tu, la tua voce era stanca, mi dicesti che sapevi che ce l’avrei fatta e che avremmo festeggiato insieme. Il 12 di aprile superai l’esame e ti mandai un messaggio. La sera ti venne la febbre. IL giorno dopo ti aggravasti ulteriormente. Mi dissero che non ti saresti più svegliata. La dottoressa ci disse che se fossi stata sua sorella, avrebbe pregato perché te ne andassi via in fretta. Mi sorprendesti ancora una volta, ti svegliasti mentre il prete ti dava l’estrema unzione, mangiasti qualcosa e parlasti con ognuno di noi. Come posso dimenticare la nostra ultima conversazione? Mi stringesti la mano, anche se i tuoi occhi erano già lontani:
“Io combatto” dicesti “Voglio vedere la tua laurea, Non ne ho mai vista una.”
Riuscii solo a dirti: “Ti voglio bene”.
E tu: “Anch’io”.
Due giorni dopo te ne andasti. Non sono riuscita a vederti morire, mi dispiace, ma quando ti ho vista e ho capito che avevi smesso di soffrire, fu la disperazione a impossessarsi di me, il peso del dolore mi piegò sopra il tuo letto, mi accasciai e piansi in maniera incontrollata. Prima non avevo osato intristirti.
Per quante cose devo chiederti perdono? Per non avere fatto abbastanza per farti vedere la mia laurea. Per non essere riuscita a confortarti. Per non averti accompagnata durante gli ultimi istanti.
Non sono più riuscita a dire “ti voglio bene” a nessuna persona. Pochissime volte sono riuscita a scriverlo.
Come faccio a perdonarmi di essermi sentita stanca? Di non aver voluto vedere quanto eri stanca tu? O anche solo la gravità della situazione?
Non c’è opera di bene, volontariato o attivismo che possa redimermi, benché li faccia perché ho avuto persone come te, che hanno saputo educarmi, che mi abbiano fatto capire quanto possa essere meraviglioso dedicarmi agli altri.
Sappi che sei in ogni dolce che faccio, che ricordo quanto fossi fiera che avessi imparato da te.
Sappi che non è vero che non avevi figli, perché tu eri la mia seconda mamma, quindi io ero anche tua figlia.
Eri così bella che quando penso al fatto che non ci sei più, mi viene in mente la “Canzone di Marinella” di De Andre:

“Ma il vento che la vide così bella
Dal fiume la portò sopra una stella”

So che tu non avresti mai voluto che io soffrissi così.
Perdonami se non so perdonarmi.


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