Marie Delphine Macarty nacque verso la fine del diciottesimo secolo a New Orleans, in una famiglia benestante di origine irlandese, molto influente a livello economico e politico nella comunità creola. La madre Marie Jeanne Lovable, la vedova Lacomte, aveva sposato in seconde nozze il padre di Delphine, Barthelmy Louis Macarty e da due ebbe altri quattro figli.
Marie Delphine si sposo tre volte, la prima con Don Ramon de Lopez y Angullo, un alto ufficiale spagnolo da cui ebbe una figlia, che la lasciò presto vedova. La seconda con il banchiere e avvocato Jean Blanque, con cui, prima di morire nel 1816, aveva avuto tre figlie e un figlio. Infine si sposò col marito che le diede il cognome con cui divenne famosa, Leonard Louis Nicolas LaLaurie, un medico.
Persona di spicco, madame LaLaurie si mostrava in pubblico come una donna equilibrata e compassionevole, anche verso i suoi stessi schiavi. Arrivò persino a renderne liberi due.
La casa che acquistò nel 1831 era una dimora elegante di due piani, che comprendeva gli alloggi per gli schiavi. La donna però cominciò ad essere oggetto di maldicenze: voci insistenti sostenevano che sottoponesse i suoi schiavi a torture inumane. A tal proposito vennero fatti dei controlli che, tuttavia, non portarono a nulla.
Nonostante in pubblico apparisse impeccabile e di animo gentile, un testimone affermò di avere visto una schiava dodicenne della LaLaurie buttarsi dal tetto per sfuggire alle frustate: la colpa della ragazzina sarebbe stata quella di essere stata maldestra nel sistemare i capelli della padrona.
Altri sostengono che anche un altro schiavo si era suicidato allo stesso modo per sfuggirle.
Ad ogni modo queste storie rimasero solo voci fino a che il 10 aprile del 1834 non scoppiò un incendio nella casa di madame LaLaurie.
Quando i soccorritori arrivarono, trovarono la cuoca schiava di 70 anni legata alla stufa: era stata lei ad appiccare l’incendio nel tentativo di farla finita per paura di essere portata in soffitta.
Delphine si rifiutò in un primo momento di dare le chiavi della soffitta, ma fu obbligata a farlo. Quello che i soccorritori videro nella soffitta degli orrori fu scioccante e venne così riportato:
sette schiavi, più o meno terribilmente mutilati… sospesi dal collo, con le membra apparentemente allungate e lacerate da un’estremità all’altra. Nessuna parola può descrivere adeguatamente il senso d’orrore ispirato dalla scena. Non possiamo provarci, ma piuttosto possiamo lasciare all’immaginazione dei lettori la possibilità di immaginarlo”.
Un giudice che si era recato nella casa riportò:
“una negra… indossa un collare di ferro” e “una vecchia donna nera che aveva ricevuto una ferita così profonda alla testa da essere troppo debole per camminare”.
Altre storie, non attestate, parlano di schiavi con gli intestini arrotolati intorno al collo, di labbra cucite, occhi cavati, collari con spuntoni interni che obbligavano i malcapitati a tenere la testa sollevata e ancora di una donna a cui erano state rotte le ossa per poi essere riassemblate dandogli la forma di un granchio.
Una volta che l’incendio fu domato, una folla di cittadini indignati devastò l’abitazione. Delphine LaLaurie non era al suo interno e non fu più trovata, si pensa che riuscì a scappare col suo cocchiere e a fuggire a Parigi dove morì nel 1842, come recita un incisione ritrovata anni dopo, nel 1930. Secondo i registri francesi però madame LaLaurie morì nel 1949. Alcuni erano convinti che fosse addirittura tornata in patria con un falso nome, ma non esistono prove a supporto di questa tesi, quello che è certo è che il suo corpo non fu mai ritrovato.


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