Ho un’empatia molto forte, mi basta poco per sentire il dolore altrui, per me ogni poesia è evocazione, ogni frase è immagine, ogni pensiero inchiostro.

Forse per questo leggo poesie a piccole dosi, per quanto mi piacciano, mi danno emozioni che a volte mi sembrano impossibili da gestire.

Per questo cerco di sollevare il prossimo dal suo dolore, io lo sento, cerco di lenirlo, se me lo permette, cerco di alleviarlo al massimo delle mie possibilità.

Ho passato questi giorni da sola, cercando di mostrarmi leggera e gioiosa, la realtà è che mi sembra impossibile esserlo, almeno per il momento.

Per ragioni personali “Pianto antico” di Carducci mi è venuto in mente ogni sera in questi tre mesi, l’ultima parte in particolare:

“[…]Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.”

Lui l’aveva dedicata al figlio morto, io la ripeto tra me e me perché mi ricorda mia zia, dolce come può esserlo una madre, perché ci son tanti modi di essere madre e lei, lei l’aveva trovato almeno per me. Lei era un fiore, sopravvissuto agli inverni più duri, portata via da un tumore non appena aveva potuto abbassare la guardia.

Lei che mi ha dato così tanto, che era così umana, nel senso migliore del termine.

Lei a cui ho chiesto la forza in questi mesi di lutto, per non cedere, per non farmi prendere dal dolore mentre finivo la mia tesi. Il problema è che lei avrebbe dovuto esserci, voleva esserci: “io combatto, io voglio venire alla tua laurea”, le sue ultime parole per me e restano scolpite su uno dei muri interni del mio cuore, mentre la discussione si avvicina e io sono inerme, a far finta di aspettare un sollievo che non può arrivare.

Ho pensato di rinunciare, poi ho scelto di reagire. Sto reagendo anche se il dolore è forte, mercoledì discuterò la tesi, venerdì mi proclameranno e lei spero sarà orgogliosa di me.

Il problema è che poi ho visto quei bimbi morti sulla spiaggia e ho cercato di non pensarci, di non pensare ai loro cari, ma questi versi hanno cominciato ad essere più insistenti nella mia mente. Chi è più fiore di un bambino?

La verità è che ho provato schifo e vergogna, per me stessa, per quello che non posso e non so fare, per avere tentato di distrarmi da una tragedia. Ho provato schifo e vergogna per la mia appartenenza allo stesso genere di chi ha deriso le magliette rosse, per chi si è ricordato dei sofferenti nostrani, solo quando abbiamo scelto di ricordare chi disperato, ossia senza speranza, sfida la sorte per trovarne una.

Nei miei occhi i corpi esanimi di quei bambini, nel cuore il dolore più profondo per la loro perdita, per il solo fatto che il loro di occhi non si riapriranno.

Lo so, muoiono in tanti, ogni giorno, per motivi ignobili e nell’indifferenza generale e più totale, ma questo serve forse a consolarci, invece che a spronarci a fare di più?

Ci serve davvero pensare che potrebbero essere i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri affetti se fossero nati nella parte sbagliata del mondo? Non ci basta che siano esseri umani?

Siamo davvero sicuri che sia quella la parte sbagliata del mondo? Credo che sia quella più sfortunata e sfruttata al massimo. Sbagliata è un aggettivo che non può essere dato alla fortuna, giacché ella è puramente casuale. Sbagliato è lo sfruttamento semmai.

Ecco come dovremmo pensare a chi muore in questa maniera, sfortunati perché sono nati nella parte più sfruttata del mondo. Non quella sbagliata, lo sbaglio è di chi l’ha sfruttata.

E ora lasciatemi abbandonare per un po’ al mio dolore, lasciate che non sorrida, che non sdrammatizzi come al solito.

Lasciatemelo sentire, perché è quanto mi rimane di un sacco di rimpianti e rimorsi.

Lasciatemi naufragare nei miei pensieri.

 

 

 


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *