E’ da un pezzo che non scrivo di me, di come vanno le cose per una che soffre di depressione nascosta, che sopravvive a questa pandemia per lo più chiusa in casa.
Probabilmente dovevo metabolizzare l’ultima mazzata, quando sono stata attaccata proprio sulla mia depressione, scoppiando a piangere per la frustrazione.
Eh sì, sono proprio scoppiata a piangere, non per il dolore e non per l’umiliazione, non mi fanno così male gli insulti di un ignorante, ma per la frustrazione di vedere qualcuno che attacca consapevolmente una persona che non ha mai visto dove sa che può far male. In che ambito poi? Nell’ambito ludico che è quello dei videogiochi, dove le chiacchere dovrebbero essere leggere, a meno che le persone non decidano diversamente. E invece no. Rea di non aver voluto ascoltare le opinioni dei soliti maschi bianchi cis etero, che mai si sono confrontati seriamente con una discriminazione di genere, sono stata costretta ad ascoltare il loro pensiero su qualcosa che manco conoscono. Quando ho chiesto ripetutamente di cambiare argomento, mi si è parlato sopra, sono stata ignorata, quando ho interrotto le comunicazioni perché necessitavo di pace, sono stata tacciata di vivere nel mondo delle fiabe.
Quando ho provato a difendermi, sono stata insultata, uno di loro è andato molto sul personale. Non ho mai fatto mistero di essere depressa e, per chi non lo sapesse, avere la depressione nascosta significa avere la depressione e non manifestare i sintomi pubblicamente, non vuol dire avere una depressione più lieve e o non riconoscere di avere una patologia. Ebbene, una di queste persone ha cominciato a dire non solo che fossi immatura, che fossi una bambina, ma anche “sei malata!”, “curati”. Tutto perché io volevo giocare e rilassarmi e non sentire la sua opinione in versione estesa in un campo dove non aveva la benché minima competenza. Non pago di ciò mi zittiva e intimava agli altri di fare altrettanto, chiamandomi con un’espressione volgare che di norma si attribuisce a chi non capisce una mazza. E che dire del suo amico? L’età di mio padre, che si faceva gran vanto di essere un attivista, che mentre venivo insultata gratuitamente, stava zitto, dopo avere sbraitato per un’ora che lui aveva diritto a dire la sua, in quanto si era occupato di difendere i diritti altrui. L’unica cosa che è riuscito a dire è che piangevo come una bambina. Aveva smesso di essere un attivista e di difendere il mio diritto a non essere ingiuriata? Ho riflettuto a lungo sulla questione, da attivista e da essere umano, e la sola parola che mi viene i mente è: “ipocrita”. Perché io non smetto di essere un’attivista quando non sto manifestando in piazza, se vedo un’ingiustizia, non riesco a stare zitta, figuriamoci se riesco a far sentire peggio una vittima: non riuscirei più a guardarmi allo specchio.
L’epilogo di questa storia è il messaggio mandato da chi mi aveva insultata sulla mia malattia il giorno dopo:
“Fai party che voglio chiarire” (Il party è una chat vocale della Play Station).
Non il minimo rimorso, praticamente un’ordine. Io ero mi ero consultata con chiunque volesse ascoltarmi, per capire se avessi meritato in qualche modo la loro rabbia feroce e questo omuncolo mi abbaia – i meravigliosi cani mi scusino – le sue volontà, non tenendo conto delle mie? Non gli ho risposto. La tentazione di scrivergli “Ma chi caxxo ti credi di essere?” è stata forte. Poi ho pensato che era meglio spiegare a suo fratello, con cui ho un buon rapporto, perché non rispondevo. Non nego che la risposta di suo fratello mi abbia lasciato perplessa, in buona sostanza mi ha detto che secondo lui è stato un grande fraintendimento e di provare a parlargli, ma capisco anche che non debba essere piacevole trovarsi in una situazione del genere. Purtroppo se all’inizio poteva esserci stato un fraintendimento, gli insulti lasciavano poco spazio all’interpretazione e io non mi sarei mai permessa di offenderlo in quella maniera, di usare qualcosa che sapevo gli avrebbe fatto male contro di lui. In secondo luogo obbedire e abbassare la testa, non fa parte del mio carattere.
Così è un mese che mi domando: ma sono più frustrata io o lui? Non lo so, non credo mi interessi davvero la risposta. Probabilmente è la curiosità accademica di una laureata in psicologia che sorride pensando di avere evitato l’ennesima persona tossica.


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