La figura di Suor Gertrude è una delle più contraddittorie tra quelle che Alessandro Manzoni descrive nel romanzo “I Promessi  Sposi”. Il personaggio è ispirato a Marianna de Leyva, una donna realmente esistita, figlia del conte Martino di Monza, che prese i voti per volere di suo padre con il nome di Suor Virginia Maria.
La monaca, che era molto potente a causa dell’autorità feudale, veniva anche chiamata la “Signora”. Mentre si trovava in convento, dove aveva una posizione privilegiata rispetto alle altre suore, la monaca intrecciò una relazione sentimentale e sessuale con  il dissoluto nobile Gian Paolo Osio.
La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise e la seppellì presso il convento. Poi tentò di eliminare due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state precedentemente coinvolte nella relazione prima come sorveglianti e poi probabilmente come amanti dello stesso Osio e complici dell’omicidio, mentre Suor Virginia era comunque a conoscenza, forse presente all’omicidio, ma non colpì la conversa.
Per assicurarsi che non parlassero l’uomo affogò l’una nel Lambro e gettò l’altra in un pozzo poco distante. La prima si salvò, l’altra sopravvisse per poco tempo ma sufficiente per denunciare tutto alle autorità
La stessa Leyva confermò di avere avuto una relazione con Osio. Mentre quest’ultimo morì latitante, ucciso in casa di un amico che lo aveva tradito, la monaca fu condannata alla reclusione a vita in una cella murata. Dopo quattordici anni, trascorsi nella piccola cella, il cardinale Borromeo la esaminò e lavolle liberarla, avendola trovata pentita. Le fu quindi concesso il perdono, ma volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte, avvenuta il 17 gennaio 1650 a settantacinque anni, un’età che all’epoca quasi nessuno arrivava a raggiungere.
Manzoni modifica in parte la vicenda storica e le adatta al suo romanzo, ma rivela fin dall’inizio la storicità del personaggio: la Gertrude dei Promessi sposi è figlia di un gentiluomo milanese il cui casato non viene nominato, anche se la città dove sorge il convento è Monza. È presentata come una giovane di circa venticinque anni, dalla bellezza sfiorita e dal cui aspetto traspare qualcosa di morboso: il suo abbigliamento non si conforma perfettamente alla regola monastica (la tonaca è attillata in vita come un vestito laico e la donna porta i capelli neri ancora lunghi sotto il velo, mentre dovrebbe in realtà averli corti). Nel convento in cui viveva Gertrude arrivarono per caso Lucia con sua madre Agnese, fuggite dal paese dopo che don Rodrigo aveva tentato di rapire la giovane. Il padre del convento presentò le due donne alla monaca, che accettò di dare loro una stanza per aiutarle a nascondersi. In seguito si apparta con Lucia e mostra molta curiosità per la sua sfortunata vicenda, facendole rivelare i dettagli sulla persecuzione subìta da don Rodrigo e sul suo rapporto con Renzo, procurando imbarazzo alla giovane.
La drammatica storia di Gertrude è narrata dall’autore con un  flashback: il principe, padre di Gertrude, nobile milanese e feudatario di Monza, aveva deciso il destino della figlia prima ancora che nascesse, ovvero aveva stabilito che si facesse monaca per non intaccare il patrimonio di famiglia, destinato interamente al primogenito. Dunque la piccola Gertrude venne educata fin da bambina inculcandole nella testa l’idea del chiostro (le vennero regalate bambole vestite da monaca, veniva spesso paragonata a una “madre badessa”…), finché a sei anni venne mandata in convento per essere educata come molte sue coetanee. All’inizio la ragazza si mostrava contenta all’idea di diventare un giorno la madre superiora del monastero, ma nell’adolescenza iniziò a rendersi conto che non era quella la vita che avrebbe voluto, preferendo anche lei sposarsi e vivere una vita “normale” come tutte le sue compagne. Decise allora di scrivere una lettera al padre, per comunicargli di non voler più diventare monaca, ma quando rientrò a casa per trascorrere un periodo di un mese fuori dal convento, venne accolta con freddezza da tutti i suoi familiari e posta in una sorta di isolamento. La giovane Gertrude un giorno scrisse un biglietto per un paggio di cui si era infatuata, ma il messaggio venne intercettato da una cameriera e finì nelle mani del padre, il quale si servì di questo “errore” della ragazza per farla sentire terribilmente in colpa e forzarla a dare il suo assenso, la ragazza obbedirà per debolezza, senso di colpa, sottomissione all’autorità del padre. Da quel momento la famiglia cerca di affrettare i passi che la condurranno diventare monaca, Gertrude supera il colloquio col vicario delle monache che deve esaminarla per accertare la sincerità della sua vocazione e, alla fine, prese il velo iniziando il suo noviziato nello stesso convento in cui era stata educata, godendo di ampi privilegi e venendo trattata con rispetto e considerazione come se fosse lei la badessa (carica che non poteva ancora esercitare per la sua giovane età).
In seguito Gertrude diventò la maestra delle educande, sfogando sulle ragazze il suo malessere per il destino che le era stato imposto, tiranneggiandole e diventando talvolta la loro confidente e la complice delle loro beffe. Nei confronti delle altre monache provava un profondo astio, soprattutto per quelle che erano state complici del padre nel costringerla ad accettare il velo. Gertrude viveva in un quartiere isolato del chiostro e questo è contiguo ad una casa, dove viveva un giovane cinico e scapestrato di nome Egidio: questi un giorno osò rivolgerle la parola e Gertrude rispose (lo stesso Manzoni sembra provare pietà per la monaca, chiamandola proprio in questo passaggio: “la sventurata”), iniziando in seguito con lui una torbida relazione sessuale che l’autore riassume senza soffermarvici, accennando anche alla sparizione di una conversa che aveva scoperto il suo segreto e che è stata assassinata da Egidio con la complicità di Gertrude. Quando Lucia e Agnese entrarono nel convento era trascorso circa un anno da questo avvenimento, e in seguito Gertrude sembrò affezionarsi sinceramente alla giovane, offrendo una protezione dalla persecuzione di don Rodrigo. Il signorotto riuscì tuttavia a scoprire il nascondiglio della ragazza e chiese l’intervento dell’Innominato, il quale si rivolse a sua volta proprio a Egidio: questi chiese a Gertrude a fare uscire Lucia dal convento con un pretesto, affinché i bravi dell’Innominato potessero rapirla e condurla al suo castello. La monaca obbedisce anche se la proposta le sembra spaventosa e l’idea di causare danni alla ragazza la disturba profondamente.
In seguito Lucia apprenderà la storia di Gertrude e saprà che la donna è stata accusata di atroci delitti e rinchiusa su ordine del cardinal Borromeo in un monastero a Milano, dove conduce una vita di volontari patimenti e sofferenze.


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