Marsha P. Johnson, nacque col nome di Malcom Michaels Jr. il 24 agosto 1945 a Elisabeth, New Jersey, da Malcom Michaels Sr., un operaio, e Alberta Claiborne, una governante. Aveva sei fratelli e durante l’infanzia frequentò la chiesa episcopale metodista africana e sviluppò una fede cristiana che sarebbe durata per tutta la vita.
Cominciò a vestirsi con abiti femminili all’età di cinque anni e per questo subì delle molestie. Avrebbe in seguito raccontato di avere subito una violenza sessuale da parte di un adolescente.
Si diplomò nel 1963 e si trasferì a New York con 15 dollari e una valigia piena di vestiti.
Iniziò a lavorare nei locali come Drag Queen, prima con il nome di “Black Marsha”, poi prese il nome di Marsha P. Johnson, prendendo Johnson dal nome di un ristorante, Howard Johnson. La P. invece stava per “pay it no mind”, ovvero “non pensarci”, in riferimento a ciò che era solita rispondere quando le veniva chiesto il suo genere. Marsha infatti si definiva gay, travestito o queen (drag queen), ma senza prestarci troppa attenzione. All’epoca il termine transgender non era ancora molto utilizzato e molto probabilmente Marsha avrebbe potuto oggi essere definita come genere non binario.
Di se stessa diceva che il suo stile da drag queen non poteva essere serio perché non poteva permettersi vestiti costosi. Era alta e snella e risultava molto appariscente con le sue parrucche, i tacchi alti e i fiori freshi o finti che usava per ornare le sue acconciature.
Masha fece parte di una compagnia di drag queen, le Hot Peaches e posò per dei ritratti fotografici per Andy Warhol. Diventò anche un’attivista per la prevenzione dell’AIDS.
Quando lo Stonewall Inn, un locale per uomini gay, venne aperto alle donne e alle drag queen, Marsha fu una delle sue prima frequentatrici.
Non poteva sapere che proprio da quel locale sarebbero iniziati il 28 giugno 1969 una serie di scontri tra omosessuali e polizia, chiamati appunto i “Moti di Stonewall”, a cui Marsha prese attivamente parte.
Marsha in seguito negò di aver dato il via alla protesta, anche se molti affermano che fu il suo bicchiere lanciato a dare il via alla rivolta. I testimoni concordano inoltre che Marsha arrampicandosi su un lampione, distrusse il parabrezza di un’auto della polizia con la sua borsa, che all’interno conteneva un mattone.
Questa rivolta verrà poi considerata come il momento della nascita del movimento di liberazione gay moderno e il mese di giugno verrà considerato il mese del Gay Pride, l’orgoglio omosessuale, dove vengono rivendicati i diritti della comunità LGBTQIA+.
In seguito ogni anno la comunità avrebbe marciato per i propri diritti, ma nel 1973 le drag furono escluse perché accusate di dare al movimento una brutta reputazione. Così Marsha P. Johnson e l’amica Sylvia Rivera decisero di sfidare questa regola, marciando in testa alla parata per tutto il tempo.
Sempre insieme a Sylvia, Marsha aveva fondato la STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries), un rifugio per ragazzini gay e transessuali che vivevano per strada, pagando l’affitto con ciò che guadagnavano prostituendosi e cercando di fornire loro un posto accogliente, cibo e una famiglia.
Marsha però aveva molti problemi a livello di salute, aveva vissuto per strada a lungo e si prostituiva per sopravvivere e per questo venne arrestata almeno un centinaio di volte. Aveva già avuto dei tracolli mentali che l’avevano portata persino a camminare nuda per strada e verso la fine degli anni settanta venne aggredita con un’arma da fuoco.
Inoltre, se come Marsha era una persona gioviale e generosa, a volte emergeva la sua identità maschile: parlava con voce più grave e diventava irascibile e violenta.
Il 6 luglio del 1992, Marsha P.Johnson fu ritrovata cadavere mentre galleggiava nel fiume Hudson. La sua morte fu catalogata come suicidio, anche se Marsha non aveva mai presentato tendenze suicide. Gli amici fecero anche notare come Marsha presentasse una grossa ferita sulla parte posteriore del cranio. Dei testimoni riferirono che era stata molestata da dei teppisti che avevano derubato delle persone, ma le forze dell’ordine non si mostrarono propense a indagare sulla morte di un omosessuale, ragion per cui la morte dell’attivista Marsha P. Johnson rimane ancora oggi un mistero.
Gli amici riuscirono a far chiudere la Seventh Avenue per trasportare al fiume le sue ceneri dopo il funerale.
L’attivista Mariah Lopez riuscì solo nel 2012 a far riaprire il caso per farlo classificare come possibile omicidio.


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